Sono anni. I miei occhi caleidoscopici come coriandoli mi dicono che il cinese è un popolo che desidera fortemente l'integrazione. Ma li vediamo tutti, li puoi trovare con la stessa disinvoltura a venezia da cipriani in cucina a pacche sulle spalle col cuoco avendo da mò superato il reverenziale timor di gesù come al leoncavallo a discutere del tempo, dei diritti dei proletari, dell'affabilità di mao. Ma li vediamo tutti, anche al supermercato in attesa col bigliettino numerato in mano a disquisire con piglio revisionista sulla opportuna fresatura del san daniele se zero tre o zero quattro millimetri o i più riflessivi li vedi all'happy hour a gruppi di dieci quindici a bere spritz all'aperol con lo sguardo all'infinito. Accade. Ma sulla cosa che più caratterizza la questione integrazione cioè il linguaggio qui il cinese è il top: dopo vent'anni di gestione ristorante il titolare ti si avvicina al tavolo ed è capace di intrattenerti da vendola a brunetta sino ai parallelismi tra leibniz foucault e derrida passando per come i ragionieri contabili della yakuza eseguono la partita doppia. Oggi poi ho scoperto che un gestore di bar da sette anni per indicarmi il bagno subito a destra mi ha detto sub dest, come se non bastasse sanno anche come si parla in chat.
Libretti rossi in alto, hasta miao tze tung siempre.
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